03.06.2015

La tavolozza del compostaggio

Tingere dei tessuti con scarti alimentari locali. È questo il progetto ideato da una studentessa di design della scuola d'arte di Zurigo nell'ambito del lavoro di Bachelor. Bucce di cipolla e di avocado, scorze di melograno, o ancora cavoli rossi. Ecco come dare una "seconda vita" a resti di frutta e verdura. I risultati sono sorprendenti, spesso inaspettati e green al 100%.
Tonalità  di marrone e arancione con la cipolla rossa.
Immagine: Caroline Fourrà

“Spesso si portano delle magliette in cotone organico, naturali, ecosostenibili, ma tinte con un industrialissimo blu petrolio o rosso fuoco”. È così che Caroline Fourré, studentessa di Style & Design presso la Zürcher Hochschule der Künste di Zurigo, ha cominciato a chiedersi se non ci fosse un’alternativa valida ai coloranti chimici.

Alternativa trovata nell’industria alimentare della regione zurighese, in particolar modo negli scarti prodotti da quest’ultima. “Questi rifiuti organici vengono utilizzati per la produzione di biogas o per alimentare i compostaggi – spiega Caroline – una risorsa locale, disponibile in cospicue quantità  durante tutto l’anno, e a costo zero”.

Made in Züri

Il primo ad averla rifornita, Reto, un disponibile contadino la cui fattoria si situa in campagna un po’ al di fuori della città . “Quando sono arrivata da lui, aveva messo da parte chili di bucce di cipolla e una montagna di cavoli rossi”, racconta Caroline. “E così ho scoperto che il cavolo rosso è particolarmente interessante. Sulla seta dà  un blu profondo. Invece, quando si lavora con il cotone o il lino, il risultato è viola”.

Ai ristoranti messicani di Oerlikon, un quartiere di Zurigo, Caroline ha chiesto di mettere da parte le bucce e i noccioli degli avocado (usati per preparare il tradizionale guacamole). Anche in questo caso, e come nella maggior parte delle volte, il colore dipende dalla stoffa – rosa salmone sul lino, rosato dorato sulla seta, più scuro su cotone e lana.

Invece, le bucce di melograno recuperate in una fabbrica di lavorazione alimentare della regione si trasformano in giallo limone sul cotone e in oro sulla seta. Sono i melograni delle insalate di frutta, quelle in vendita nei grandi magazzini come Migros o Coop. “Tingere con degli scarti vegetali ha un potenziale di sviluppo molto ampio, ce ne sono ancora tantissimi da scoprire per le loro proprietà  tintoriali”, afferma Caroline. In generale si ottengono delle tinte fresche, leggere e chiare.

Una produzione redditizia

“Ho trovato una serie di marche svizzere che lavorano con i tessili che mi hanno rifornita di vestiti o pezzi di stoffa. Si tratta di aziende che hanno una filosofia ecosostenibile”, spiega Caroline. Il prodotto finale è interamente naturale e rispettoso dell’ambiente. Dalla fibra al pigmento. “Niente blu petrolio questa volta”, aggiunge.

L’idea per il futuro è di proporre a queste imprese svizzere di collaborare per sviluppare una filiera completamente bio. Tingere in modo naturale su scala industriale, insomma. Il progetto è attuabile proprio per la disponibilità  in grande quantità  (e a poco prezzo) degli scarti vegetali. E sono diverse le industrie ad aver accolto in modo positivo la sua proposta. Il bio, sempre più di -˜moda’, è molto richiesto dai consumatori. Inoltre contribuisce a dare un’immagine positiva alla marca.

La ricetta ?

Il procedimento è abbastanza lungo e richiede diverse tappe. Concretamente si tratta di un bagno di tintura. Si fanno bollire le bucce di frutta o di verdura che rilasciano a poco a poco i loro pigmenti nell’acqua. Gli scarti vengono in seguito tolti per tenere unicamente il liquido. La stoffa (la cui fibra tessile è stata preparata con dei sali per assorbire al meglio la tintura) viene quindi immersa nel bagno. Infine, il colore viene fissato con dell’aceto.

“È per me una sorta di rituale, c’è un aspetto meditativo nella successione di questi gesti” – confida Caroline, aggiungendo poi che, giocando sulla durata del bagno, si ottiene una tinta più o meno intensa. Si possono anche creare delle sfumature. “Ma non si può controllare tutto, e un dettaglio apparentemente insignificante – come una buccia umida di pioggia, o al contrario una scorza un po’ secca – può stravolgere il risultato aspettato. Il prodotto finale resta un mistero fino all’ultimo minuto. E ogni tanto è davvero sorprendente”.

Per maggiori informazioni su questo progetto potete visitare il sito www.local-colours.tumblr.com. Inoltre, tutti i lavori di diploma degli studenti della ZHdK, tra cui il progetto di Caroline Fourré, sono esposti dal 4 giugno al 13 giugno presso il Toni Areal di Zurigo.