02.05.2015

“Non chiamateli…”

Text by Giorgia Bazzuri | Photos by Giorgia Bazzuri
Una donna anziana che piange e urla da una finestra in corso Magenta, pieno centro Milano: "Aiuto! Aiutatemi! La mia auto!". Sotto, in strada, la scena è quella di una vera e propria guerriglia urbana. La sua, insieme a altre vetture, è in fiamme. Il fumo nero e pesante dell'incendio sale mescolandosi a quello dei fumogeni lanciati dalle ombre incappucciate che stanno invadendo il centro
Atmosfera calda a Milano
Immagine: Giorgia Bazzuri

Tutto questo si è svolto ieri durante la May Day, la tradizionale manifestazione per il primo maggio, che quest’anno si è vista rovinata da un gruppo di delinquenti che nulla ha a che fare con le ideologie anti Expo. Qui si va oltre.

 

Nero

Vengono chiamati Black Bloc (anzi, black bloc: il maiuscolo non è meritato). Come dice il nome, si tratta di un gruppo di persone vestite di nero, che compatto si oppone alle forze dell’ordine e compie atti vandalici in nome di ideali che in realtà  non esistono. Distruggendo decine di vetrine di negozi e banche, fermate di autobus, scagliando molotov e incendiando auto, l’unico messaggio che si lancia è quello di una profonda ignoranza e di una totale mancanza di rispetto della manifestazione come forma pacifica di presa di posizione e mezzo per ribadire e esporre delle idee. Qui di idee non ce ne sono. Queste persone non sono contro Expo, il precariato o il capitalismo come dicono di essere. Il loro unico scopo è quello di diffondere una violenza pura e gratuita.

Dopo tutta la distruzione e apparente forza, questi – a detta loro – “rivoluzionari” appoggiano dei fumogeni a terra per nascondersi agli occhi della polizia che, una volta diradatosi il fumo, non trova altro che vestiti neri abbandonati sull’asfalto mentre i vandali si sono già  confusi in mezzo alla folla.

 

Un’ arancia a orologeria

Durante gli scontri di ieri sembrava di essere stati catapultati in una scena di Arancia Meccanica: circondati da gruppi di persone che, armati di bastone proprio come Alex DeLarge, distruggono tutto ciò che incontrano solo per il gusto di farlo. Uno di loro ha anche tentato di fermarmi e, in una pioggia di insulti, cercato di strapparmi la macchina fotografica mentre stavo scattando delle foto a un altro che imbrattava delle vetrine. Per citare un passaggio di un articolo di Fabrizio Gatti apparso ieri sul sito de L’Espresso:

 

“Non chiamatela rabbia. Non chiamateli anarchici. Non chiamateli disoccupati. Questi sono fascisti. Sono i soliti professionisti della violenza. Gente dal cuore nero come le divise che indossano.”