09.03.2015

Professione: commissario di polizia

Abbiamo avuto la piacevole occasione di pranzare in compagnia di un commissario in servizio presso la Sezione dei Reati contro l'Integrità  delle Persone (SRIP). L'occasione ci ha permesso di mettere in luce aspetti di una professione a volte un po' sconosciuta ai più, e di osservare questo mondo da un'ottica diversa da quella che viene proposta da film, libri e tivù
Onnipresenti
Immagine: Isabelle Gallino

L’incontro è avvenuto a Lugano, in un ristorante non molto distante dal Posto di polizia situato nel cuore della capitale economica ticinese, durante la pausa pranzo di una normale giornata di lavoro.

 

La prima domanda che poniamo è: da quanto tempo lavora come poliziotto?

«Ho cominciato 19 anni fa. Come tutti i possibili aspiranti ho inizialmente risposto al concorso aperto dal cantone agli inizi del 1996. Dopo la scuola sono stato assegnato alla Gendarmeria di Lugano, dove sono rimasto per tre anni e mezzo, per poi finire nel 1999 all’interno dell’Unità  cinofila.»

 

Cinofila? Wow! Penso che un po’ a tutti, sentendo questo termine, torni alla mente un certo cane protagonista di una fortunata serie poliziesca di origine tedesca. Come mai questa scelta? Tutto come in televisione?

«Come sempre nella vita, vi sono finito un po’ per caso. Era da circa un anno che possedevo il mio cane, e mi resi conto che con il tipo di lavoro che svolgevo non mi era possibile essere presente a più di uno o due allenamenti di addestramento al mese. Così feci domanda per essere trasferito all’interno del reparto cinofilo, di modo da avere la possibilità  di poter lavorare quotidianamente con il mio compagno a quattro zampe. Ma vi rimasi soltanto due anni e mezzo: all’inizio l’attività  si dimostrò interessante, ma col passare del tempo mi accorsi che soffrivo molto la lontananza dall’attività  sulla strada, dall’azione di tutti i giorni. Con grande rammarico, la mia avventura in questo settore della polizia ha avuto definitivamente una fine con la nascita del mio primogenito, dato che trovai saggio dare il mio cane in affidamento a terzi, date le difficoltà  di gestione di un simile animale all’interno di un nucleo famigliare.»

 

E poi?

«Dopo un breve ritorno in Gendarmeria vi fu la possibilità  di passare alla Giudiziaria, cioè in pratica quella sezione che si occupa delle indagini vere e proprie: gli attuali inquirenti. Dopo vari mesi di corsi in prevalenza serali affrontai l’esame finale d’ammissione, superandolo. Da lì in avanti venni assegnato al mio attuale Reparto, quello che si occupa dei crimini e dei delitti commessi contro l’integrità  personale.»

 

C’è un caso che più di tutti Le è rimasto impresso?

«Se consideriamo il tipo di reati con cui veniamo quotidianamente in contatto all’interno del nostro reparto, è difficile individuarne uno che non faccia rimanere perplessi e, a volte, del tutto sconcertati. Quale aneddoto di indagine che può lasciare l’amaro in bocca, mi ricordo il caso di una giovane donna che venne avvicinata e violentata da uno sconosciuto. L’inchiesta durò a lungo, e nonostante i nostri sforzi non siamo riusciti a venire a capo, con soddisfacente certezza, dell’identità  del colpevole. Questa ragazza oramai è diventata adulta, e ha imparato a convivere con questa profonda ferita del suo passato; ma è chiaro che il fatto di non essere riusciti a dare un volto a colui che l’ha segnata in tale maniera è per noi tutti una sorta di sconfitta.»

 

Come gestite le situazioni di stress e di eventuali burnout all’interno della vostra sezione?

«La figura dello psicologo all’interno del Corpo di polizia del Catone Ticino purtroppo è ancora molto recente. Se n’è cominciato a discutere negli ultimi tempi, e bisognerà  attendere ancora qualche tempo prima che venga definitivamente introdotto, e prima che possa operare a pieno regime. Attualmente noi arriviamo a gestirci all’interno del nostro stesso Reparto, a sostenerci l’un l’altro: le nostre riunioni, la disponibilità  del caposezione o del suo sostituto oppure un caffè fra colleghi spesso aiutano a dissipare ansie e tensioni dovute alle difficili situazioni con cui a volte siamo confrontati.»

 

Il fatto di avere figli propri La fa sentire più coinvolto dalle vicende con cui si trova confrontato?

«Il fatto di essere padre mi aiuta molto di più a capire determinate dinamiche. Per esempio mi ha permesso di essere più empatico nei confronti di eventuali genitori: mi riesce più facile cercare di mettermi nei loro panni e provare a capire com’è possibile che si siano sviluppate determinate situazioni, e come rispondere ai loro bisogni.

Devo ammettere, d’altra parte, che non è stato facile trovare un equilibrio. Un esempio: le prime volte che mio figlio mi chiedeva il permesso di passare del tempo a casa di un qualche suo amico mi è stato difficile allontanare da me l’irrefrenabile istinto di pormi domande e dubbi sugli adulti che in quel lasso di tempo, lontano da casa nostra, avrebbero orbitato intorno a lui. Ma d’altronde non mi è possibile far rivivere ai miei figli quelle che sono le inquietudini che appartengono alla mia sfera lavorativa: se dovessi farlo, creerei dei mostri sociali, ai quali non permetterei alcun contatto con il mondo esterno.

Una cosa, però, è certa: l’essere cosciente del fatto di avere una famiglia “normale” che mi aspetta tutte le sere a casa mi serve quale sostegno a trovare un equilibrio nelle emozioni e nelle situazioni di tutti i giorni. I miei cari sono, in sostanza, un’ancora (o un porto) che mi tengono attraccato alla terraferma.»

 

Ci parli un po’ di questi reati di cui Lei si occupa.

«Il problema principale di questi casi non è tanto che essi rappresentano un tema delicato, ma direi piuttosto che rappresentano qualcosa di “scomodo”. È un tema che dà  fastidio: è la tipica situazione che pensi possa succedere al tuo vicino di casa, ma sicuramente non a te. Il clou di questi reati è il contesto nella quale si verificano. Si pensi soprattutto ai crimini sessuali perpetrati ai danni dei fanciulli: avvengono in prevalenza  in un contesto di fiducia tra l’autore e quella che diviene la sua preda. Tant’è che i casi dove tali abusi vengono commessi tramite l’uso della forza sono rarissimi; questo perché chi agisce approfitta del rapporto instauratosi con il bambino, manipolandolo.

In parte mi terrorizza il fatto di non poter considerare immune nessun fanciullo, nemmeno i miei; attorno a loro, ogni giorno, orbitano diverse persone che in modi differenti hanno un rapporto di fiducia con essi più o meno grande, e che esulano dal nostro controllo quali genitori: maestri di scuola, allenatori sportivi, insegnanti di musica, catechisti, …»

 

Soluzioni?

«La prevenzione. Dare ai bimbi degli strumenti sufficientemente efficaci per riconoscere quello che potrebbe succedere intorno a loro nel caso dovessero cadere vittime di un reato di tipo sessuale. Questo poiché i soggetti che si rendono colpevoli di abusi su minori hanno spesso un modo di operare che la maggior parte dei fanciulli non è in grado di riconoscere come errato.

Oltre a ciò, bisogna dare alle piccole vittime anche dei reali strumenti di difesa, come dapprima il sapere imporre il proprio no alla situazione che sta venendosi a creare, e poi l’essere in grado di parlarne con i propri genitori o con chi di dovere.

Solo in questo modo possiamo essere certi di saper gestire quello che accade loro.»

 

Ma la prevenzione non avrebbe senso anche dall’altre parte, cioè quella dell’autore?

«Premetto che questa è una domanda che non può avere una risposta univoca e semplice, poiché per quel che riguarda gli autori di tali violenze la difficoltà  sta soprattutto nel capire che cosa spinga una persona a comportarsi in tale modo. Infatti sentiamo quotidianamente parlare di pedofili, ma da un punto di vista concettuale e anche da quello della scienza medica il pedofilo è una delle varie tipologie di abusatore sessuale.»

 

Si spieghi meglio.

«Se prendiamo un qualsiasi manuale di psichiatria, il pedofilo è definito come colui che si innamora dei fanciulli sotto una prospettiva essenzialmente sessuale.

Ma può anche capitare che l’autore di una violenza o di un abuso sia un adolescente “normale”, il quale, a contatto con uno o più bambini in una situazione comune di gioco, venga a trovarsi in una situazione di eccitamento a causa dei diversi contatti che possono avvenire con la sua eventuale vittima; ma questo non lo identifica come pedofilo in senso stretto, poiché in una situazione diversa un minore non avrebbe mai generato una reazione simile in lui.»

 

Esistono dei progetti di prevenzione particolari oltre Gottardo?

«Interessante la soluzione che è stata introdotta a Monthey, nel Vallese: è stato introdotto uno sportello dove la persona che si sente sessualmente attratta dai bambini può andare a rivolgersi per chiedere aiuto, di modo da evitare il peggio e passare all’atto.

Di principio mi trovo molto favorevole a questo progetto: ogni violenza evitata è una vittoria per ognuno di noi (e per “noi” intendo tutti i cittadini, non solo i poliziotti). Il problema però è che chi si rende conto che è sbagliato ha già  un’asticella del freno inibitorio molto elevata, cosa che purtroppo tanti individui non posseggono; quindi il problema più grande rimane quella fetta di autori che non si rende conto di avere un problema.»

 

Come intervenire allora su questi ultimi soggetti?

«Tramite i bambini, come in parte è già  stato detto sopra. Questo poiché spesso, quando questi personaggi si sentono dire di no, non insistono quasi mai più di quel tanto; il rischio che, con una eccessiva insistenza, il bimbo vada a raccontare l’accaduto a qualcuno rappresenta una minaccia troppo elevata. Se poi l’autore decide di cambiare bersaglio, e lo scenario precedente si ripete, automaticamente si crea terra bruciata intorno a lui.»

 

Lo Stato come si muove in fatto di prevenzione?

«Nonostante non se ne parli molto, posso confermare che anche a livello statale è una cosa che viene fatta. Da qualche anno a questa parte, a livello cantonale, ogni fanciullo (a partire dalla prima elementare) passa una mezza giornata ad affrontare queste problematiche con una mostra chiamata “Sono unico e prezioso”, allestita con materiale adatto alla sua età .

A livello comunale (ma non in tutti i comuni) abbiamo un altro percorso di prevenzione chiamato “Le parole non dette”, dove i messaggi di fondo sono gli stessi della prima mostra di cui abbiamo parlato sopra, con però la grande differenza del tempo messo a disposizione: “Le parole non dette”, infatti, è composto da cinque incontri di mezza giornata. E non solo è più lungo, ma presuppone pure un coinvolgimento attivo dei genitori (in “Sono unico e prezioso” vengono solo informati del fatto che i bimbi prenderanno parte alla mostra) e anche dei docenti, dando luogo quindi ad una prevenzione effettuata a tutti livelli.

Tutte e due questi progetti sono stati realizzati e messi in piedi dalla Fondazione della Svizzera italiana per l’Aiuto, il Sostegno e la Protezione dell’infanzia (ASPI).»

 

Negli ultimi tempi assistiamo sempre più all’insorgere di nuove tecnologie, con cui volenti o nolenti anche i bambini più piccoli vengono in qualche modo in contatto. Si può quasi dare per scontato che all’interno di ogni economia domestica sia presente un dispositivo che permetta l’accesso a internet. Quanto è rilevante questo fattore sulla sicurezza dei minori?

«Anche in quest’ambito l’ASPI ha dato vita a un progetto di prevenzione che prende il nome di “e-www@i!”, il quale mira a sviluppare nei fanciulli uno spirito critico e un’assertività  nei confronti delle proprie azioni on-line.

Un altro problema è dato dagli adescamenti che avvengono via web, anche perché dal punto di vista investigativo creano poi delle problematiche non indifferenti.»

 

Un’ultima domanda: pensa che negli ultimi anni, in Ticino, l’astio nei confronti delle forze dell’ordine sia aumentato? Secondo Lei è giusto dire che i poliziotti vengono sempre più visti non dalla parte dei cittadini, ma contro di essi?

«Pensando al passato (parlo di una trentina o ventina di anni fa), una volta il prete, il medico e il poliziotto erano il punto di riferimento della società . Oggi la nostra società , com’è ovvio che sia, si è trasformata. La polizia però rappresenta ancora quella parte di autorità  statale che più di altre vediamo quotidianamente in giro per le nostre strade, e con la quale veniamo a contatto con più frequenza. Il processo a cui forse sono state sottoposte col passare degli anni queste forze statali è stato quello di dover passare dall’essere autorità  di fatto (quindi in quanto tali) all’autorevolezza, cioè il dover acquisire una certa credibilità  nei confronti della popolazione.

Sono dell’idea che tanti problemi di violenza nei confronti dei poliziotti nascono in gran parte in situazioni molto particolari: la prima di queste che mi viene in mente sono le manifestazioni su suolo pubblico, dove spesso troviamo un gruppo più o meno grande di persone che ha come obiettivo principale quello di far passare (in maniera più o meno violenta, o comunque decisa) il proprio messaggio, contrapposto ad un contingente delle forze dell’ordine, quest’ultimo presente con il compito di vigilare che la legge venga rispettata anche nel corso di tali avvenimenti.

Dal punto di vista della mie esperienza personale di tutti i giorni ammetto di vivere questa sorta di confronto, ma ciò accade abbastanza raramente. Non posso negare che vi sono persone che hanno, nei confronti della polizia, uno spiccato senso di sfiducia; del resto la stessa cosa a volte capita all’interno del mondo sanitario: è capitato a tutti, almeno una volta, di non essere troppo convinti della diagnosi o del modo di procedere del proprio medico curante.

A testimonianza, comunque, del forte legame che la popolazione ticinese ha con il proprio corpo di polizia, mi piace ricordare la grande affluenza che abbiamo registrato durante la giornata delle porte aperte per i festeggiamenti dei 210 anni dall’istituzione della Polizia cantonale, svoltasi nel mese di ottobre presso l’aerodromo di Ambrí: è stato bello vedere con quanto entusiasmo famiglie e bambini si siano avvicinati al nostro universo di tutti i giorni.»

 

Ci congediamo dal nostro gentile ospite, non prima di averlo ringraziato per l’intervista e il tempo che ci ha cordialmente concesso.

 

 

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