13.01.2015

Chi l’avrebbe mai detto che sarebbe stato il mio mestiere…?

Text by Simona Testa | Photos by Simona Testa
Scopriamo insieme le ragioni che spingono verso la scelta che sempre più ragazzi fanno: quella di svolgere un mestiere che non necessita forzatamente di studi universitari e che implica la dedizione e la voglia di stare vicino a persone bisognose di cure mediche. Inoltre, aspetto ancor più interessante, si parla di una formazione sia teorica sia pratica: quali sono le differenze sostanziali fra questi due metodi di apprendimento?
Il dono pi๠grande si riceve tendendo la mano a una persona bisognosa di cure
Immagine: Simona Testa

Nel Canton Ticino sono numerosi i ragazzi e le ragazze che scelgono un percorso formativo nel settore sociosanitario quali “OSA, OSS, infermieri e simili”.

Nonostante questo percorso richieda una formazione maggiormente diversificata rispetto alle semplici scuole medie superiori, le nuove generazioni non si scoraggiano e scelgono di occuparsi di persone malate e infortunate le quali spesso si trovano costrette a affrontare situazioni debilitanti e di dipendenza.

Eccovi il parere di Paolo e Sara (i loro nomi sono volutamente di fantasia per garantire loro l’anonimato e sono noti solo alla redazione). Paolo è un ventiduenne al secondo anno della scuola infermieri (SSSCI) mentre Sara è una quindicenne in pretirocinio pronta a iniziare il prossimo mese di settembre la scuola per diventare assistente di cura (ACSS).

 

 

Paolo: taglio di capelli all’ultima moda, sguardo deciso, braccia ricche di tatuaggi dal leggero stile rockabilly, un ragazzo che appare immediatamente molto determinato e sicuro, ci racconta della sua esperienza prima di arrivare a capire quale lavoro avrebbe svolto e del mestiere che sta imparando tutt’oggi, l’infermiere.

“Forse non sai la mia storia, ma io non sono nato qui, sono arrivato dal Sudamerica due giorni prima che compissi quattordici anni, poiché a mio padre, impiegato bancario, avevano proposto un cambio di sede qui in Europa.

Siccome le prospettive di vita non erano delle più rosee in quel periodo, mio padre decise di accettare il trasferimento. Io ero abbastanza contento, perché comunque la vita in Argentina era (e lo è ancora) molto dura, i miei amici non avevano neanche i soldi per comprarsi le scarpe e l’idea di trasferirmi, anche se mi rattristava, mi sembrava allettante. Così arrivai in febbraio e per la prima volta, me lo ricorderò per sempre, vidi la neve, proprio qui in Ticino. Avevo imparato a parlare tante lingue da piccolo, anche se il francese… (sorride a denti stretti, ndr.) … la sua grammatica proprio, la odiavo. Nonostante le conoscenze di base già  acquisite, per motivi linguistici mi hanno integrato nella seconda media di Gordola, poi sempre per la stessa ragione ho finito le scuole medie a Bellinzona.” .

Questo è ciò che Paolo mi racconta, ancor prima di entrare in materia. Lo lascio parlare, poi decido di spiegargli il motivo del mio interessamento al suo percorso scolastico.

 

Per quale motivo hai scelto un percorso formativo scuola-lavoro e non di proseguire gli studi?

In realtà  dopo le scuole medie ho avuto quello che definirei un “periodo buio”. Ho cominciato a seguire il centro professionale commerciale (CPC) a Locarno, scuola che personalmente ritengo sia quella che “fanno tutti quando non si sa cos’altro fare”. Avevo bocciato per colpa di una pessima nota in dattilografia e come se non bastasse, avevo avuto una discussione animata con i miei genitori, scontrandomi con una cultura e mentalità  che non faceva più parte di me. In Sudamerica i genitori hanno, un po’ come nella cultura indiana, la tendenza a volere che si seguano le proprie orme o quantomeno che, non appena divenuto maggiorenne, un ragazzo sappia già  esattamente cosa fare nella vita. Io non rispecchiavo in nulla né l’una né l’altra figura, in più mia madre mi vedeva come una persona molto “pragmatica” e poco incline agli studi e voleva che facessi un apprendistato mentre a me piaceva andare a scuola… un po’ meno studiare.

Così contro ogni loro prospettiva ho deciso di frequentare il liceo, scuola che ho finito, per cui alla fine i miei genitori furono comunque contenti, pur dicendomi che da quel momento sarei stato in grado di arrangiarmi e avrei dovuto vedere da solo come proseguire. Io ero ancora sulle nuvole e avevo tante idee: possedevo un piccolo studio di registrazione e suonavo la batteria giorno e notte, mi sarebbe piaciuto lavorare nel mondo della musica e andare avanti a suonare con la mia band. Però il tempo passava e così, a diciannove anni, dopo aver già  rimandato una volta il servizio militare, dato che non avevo ancora un’idea chiara e precisa di quale percorso formativo scegliere, pensai di inviare la richiesta di un nuovo ordine di marcia per prestare servizio militare al più presto. Al reclutamento mi aveva subito attratto la presentazione delle truppe di salvataggio. Mi sembravano azioni utili poiché legate al soccorso di persone in situazioni difficili come catastrofi e altre calamità  e in quel preciso istante avevo capito che era la strada giusta per me. Durante il servizio ho compreso che vedere la riconoscenza sul volto della gente scaturiva in me la sensazione più bella e soprattutto più soddisfacente: il senso di utilità  per aver aiutato gli altri.

 

E così hai deciso di iniziare la Scuola infermieri?

Esattamente.

 

E ora che sei al secondo anno, quanto conta la parte pratica per te nella tua formazione?

Per me dipende dall’istituto in cui ti trovi per compiere lo stage; secondo il mio parere la pratica conta minimamente perché vorrei essere maggiormente seguito e guidato. Arrivi spaesatissimo e non sai quali siano le attese nei tuoi confronti e se inizialmente non ti metti a tavolino per essere bene in chiaro su questi punti, si parte male. L’aspetto relazionale può influire moltissimo sulla parte pratica e può anche rovinare quanto di bello si possa fare e apprendere.

 

Meglio teoria che pratica dunque?

Dipende da chi insegna. Secondo il mio parere con la teoria vai più sul sicuro, sempre se applicata come si deve: l’insegnamento diventa importante perché tutto dipende dalla persona che ti segue.

 

Quali sono state le attese deluse e quali quelle soddisfacenti della tua scelta?

È trascorso relativamente poco tempo per dirlo, sono solo al secondo anno, però non avevo particolari attese e so che ho ancora tanto da vedere e imparare.  Forse per paura di rimanere deluso in un secondo tempo non mi è mai piaciuto crearmi delle aspettative, anche se so bene che la gente al giorno d’oggi è abituata a crearsele.

 

Quali sono le maggiori difficoltà  sul lavoro e quindi dell’aspetto più “pratico” della tua formazione?

La mancanza di comunicazione fra colleghi o il fatto di ricevere informazioni sbagliate poiché non date da persone di riferimento o in maniera chiara.

Un’altra difficoltà  è la consapevolezza di sapere che uno sbaglio può compromettere la vita di una persona e di conseguenza anche la morte di un/-a paziente cui si era affezionati, questo è un aspetto difficile da superare e su cui bisognerebbe lavorare maggiormente.

 

Quali sono per te gli aspetti più belli della parte pratica nel tuo lavoro, o più precisamente, nel dedicarsi a una persona malata?

Sai, ci ho già  pensato ma mai in profondità … quello che sento per ora è una soddisfazione unica: arrivare a casa la sera e sentirti bene perché sei stato “utile”. C’è anche l’aspetto brutto però: se tutto va bene e ricevi complimenti sei soddisfatto, quindi è bello e divertente, ma se la giornata va storta, non è sempre così; se lavori male, ricevi male e viceversa.

 

Consiglieresti in un futuro questo percorso formativo e il tuo lavoro?

No. È una cosa che ho sempre odiato. È una mentalità  che deve morire. Certe culture dovrebbero cominciare ad adattarsi: mi sta antipatico chi consiglia di continuo o impone una propria scelta lavorativa. Dobbiamo, anzi devono (lo sguardo si fa serio e determinato pensando ai suoi genitori, ndr.), mostrare alla propria cultura di appartenenza che sono disposti a cambiare, migliorare e che sono pronti a espandere le proprie menti e le proprie visioni. Io credo che una persona sia svincolata, in fondo siamo tutti nati liberi: hai tu la scelta in mano e non è giusto che siano i genitori a dirti cosa fare. A sedici o diciassette anni non hai più bisogno delle coccole materne e inizi ad avere bisogno di altre cose come la libertà , la tua autonomia e l’indipendenza. Ognuno ha le proprie idee in testa e i giovani dovrebbero imparare a darsi da fare per il proprio futuro, quindi se potessi, consiglierei ai genitori di aiutare i propri figli facendo in modo che possano sviluppare da soli le proprie idee, accompagnandoli e ascoltandoli durante la loro formazione in maniera costruttiva e non certamente imponendo il proprio volere. Se tu fai il muratore, non vuol dire per forza che tuo figlio voglia seguire le tue orme e fare altrettanto.” .

 

Il parere di Sara

 

Sara, una ragazza alta e magra che dimostra ben più dei suoi quindici anni, mi fissa col suo sguardo intenso, nascosto da una linea decisa di matita nera, un sorriso intimidito poi… subito si lascia andare e comincia a raccontarmi la sua storia.

 

Qual è stato il tuo percorso?

“Io ho frequentato il collegio Papio ad Ascona ma non andavo tanto bene a scuola e quando ho finito, non sapevo cosa fare. Già  in terza media però mia madre mi disse che mi vedeva bene a fare l’assistente di cura con gli anziani o qualcosa di simile… io non ne ero per niente convinta e così mi sono ritrovata a svolgere uno stage che non avrei pensato neanche lontanamente di fare. Eppure contro ogni aspettativa mi sono trovata benissimo da subito e ho cercato altri stage in posti simili appena ho concluso le scuole. Dopo il pre-tirocinio d’orientamento potrò finalmente iniziare, per ragioni di età , la scuola per diventare assistente alle cure sociosanitarie (ACSS) che durerà  due anni e poi potrò iscrivermi alla scuola per diventare operatrice socio sanitaria (OSS) e infine specializzarmi ancora con due successivi anni di studio per diventare educatrice.

 

Sarebbe a dire che hai trovato il mestiere per te grazie all’intuizione di tua madre? Esatto. Sono sicura che sia la mia strada.  E anche se avessi avuto la media per accedere alle superiori, non avrei proseguito gli studi. Preferisco qualcosa di concreto e pratico: impari e capisci molto meglio secondo me.

 

Conta di più la pratica che la teoria? Beh, secondo me posso imparare meglio passando direttamente all’azione, perciò credo che attraverso la pratica ci si possa esprimere meglio. In più io adoro parlare e interagire, quindi preferisco nettamente la pratica alla teoria.

 

Quali sono stati gli insegnamenti più efficaci a tuo avviso?

Sicuramente l’igiene, la comunicazione con le varie persone e figure con le quali ho a che fare sul lavoro, la sensibilità  e l’empatia.

 

Quali sono state le attese deluse e quelle soddisfacenti della tua scelta?

Mah, … (sogghigna sommessamente, ndr.) a dire la verità  siccome non ero per niente convinta della scelta del mio primo stage, mi sono addirittura messa a piangere ancor prima di cominciare. Poi per fortuna appena ho iniziato, ho cambiato idea perché mi sono trovata davvero benissimo! Quindi nonostante le aspettative negative sono rimasta molto soddisfatta e sorpresa in positivo sotto tutti gli aspetti.

 

Che cosa significa per te dedicarsi a una persona anziana?

Paragonare il divario fra due epoche diverse. Ritengo che questo confronto sia una cosa bellissima e arricchente: siamo due mondi diversi che interagiscono, dove la persona s’immedesima nell’altro e viceversa.

 

Quali sono le maggiori difficoltà  sul lavoro per quanto concerne l’aspetto meramente “pratico” della tua formazione?

Sicuramente compiere le mie mansioni da sola: pur sapendo esattamente cosa devo fare, in questi specifici momenti non mi sento più così sicura e non è sempre evidente rimanere soli con un paziente e provare a gestirlo autonomamente.

 

Quali sono gli aspetti più belli della parte pratica della tua formazione?

Il fatto di aver acquisito più sicurezza. Inoltre so già  che mi piacerà  anche in futuro, perché ho già  svolto e farò ancora tanti mesi di pratica attraverso gli stage. Mi sento avvantaggiata perché so già  come rapportarmi e comportarmi sul lavoro. Pur essendoci dei -˜momenti no’, so già  che mi piace e che continuerà  a essere così.

 

Consiglieresti in un futuro il tuo percorso formativo e il tuo lavoro?

Sì, perché t’insegna ad apprezzare davvero la vita per quello che è. Ricco o povero che tu sia, finisci sempre nello stesso modo: capisci che siamo tutti uguali. E poi facendo questo mestiere, s’impara a essere sensibili e pazienti. ” .

 

 

 

Le scelte e le esperienze di Paolo e Sara ci dicono che tra la teoria e la pratica c’è di mezzo …sicuramente anche la predisposizione e la passione.