Società | 16.12.2014

“Non sono razzista, ma…”

Le parole sono importanti e la lotta al razzismo comincia con un lavoro sul linguaggio. Se non si reagisce, e non si agisce, si permette al razzismo di crescere. Nessuno è al riparo dall'imbarbarimento verbale e, troppo spesso, nella nostra società  sono accettati modi di dire che invece dovrebbe farci indignare, perché intrisi di pregiudizi e discriminazioni.
Le parole posso far male!
Immagine: Flickr.com, Amy Clarke

Il razzismo, si sa, è una brutta bestia che mette radici dove non dovrebbe, anche nel nostro linguaggio. Questo tema è stato sviluppato dal gruppo ticinese riunitosi in occasione della sessione dei giovani 2014, che ha avuto luogo dal 13 al 16 novembre, a Palazzo federale a Berna. Si tratta di una problematica sempre attuale che, purtroppo, intacca in varie forme il nostro modo di comunicare, nel senso che sono usate spesso e comunemente, soprattutto tra i giovani, espressioni offensive nei confronti di persone straniere con una scioltezza disarmante.

Razzismo tra amici

Molti ragazzi intervistati pongono l’accento sul fatto che sia la nostra società  a condizionare determinati comportamenti. Secondo loro spesso il razzismo si manifesta nelle espressioni e nelle parole più comuni, quelle che usiamo quotidianamente e che non sospetteremmo mai albergare un sentimento di discriminazione verso l’altro. Dal loro punto di vista determinate offese non vanno nemmeno considerate come tali, vale a dire che lo sberleffo nei confronti dei coetanei stranieri è visto piuttosto come un gioco e non è da considerare un insulto razzista. In altre parole, hanno precisato, non si permetterebbero mai, per esempio, di chiamare “negro” un uomo di colore appena conosciuto. Mentre usare questo termine fra amici, è accettabile. Molti modi di dire spregiativi per i giovani sono divenuti usuali e vuoti di significato.

Un altro aspetto sottolineato nel corso della discussione riguarda il fatto che esprimersi con determinati termini razzisti nel linguaggio dei giovani, non preclude assolutamente la nascita di belle amicizia tra questi stessi ragazzi, indipendentemente dalla loro origine.

In Ticino

Per quanto riguarda la piccola realtà  ticinese questi modi di dire razzisti sono spesso associati agli abitanti della vicina penisola. Nel corso della discussione sono state esternate differenti esperienze ed è chiaramente emerso che gli italiani sono comunemente definiti “badini”, “terroni”, “mangiaspaghetti”, …

Non ci sono dubbi che il razzismo e gli stereotipi sono tutt’oggi diffusi nella nostra società  e nei discorsi della gente si manifestano soprattutto attraverso scherzi e battute. Sembra quasi che scherzare sul diverso lo renda meno pauroso e, quindi, più accettabile. Non bisogna però dimenticare che determinate espressioni lesive della dignità  altrui, una volta entrati a far parte del linguaggio comune, diventano veramente difficili da estirpare. C’è chi sostiene che vi sia una bella differenza tra razzismo e humor ma, oggettivamente, quale sia il limite o dove si situi la sottile linea che separa la diffamazione e l’offesa dallo scherzo, non si sa.

Il razzismo nelle espressioni quotidiane

Nel corso della sessione sono stati sollevati altri temi, inerenti le persone scure di pelle, gli ebrei, gli stereotipi ticinesi… Il clima si è acceso parlando degli “zingari”, quando un ragazzo ha affermato di disprezzare questa categoria sociale, raccogliendo sia sostegno sia sdegno tra i presenti. Secondo taluni non si può generalizzare, in quanto ci sono sicuramente delle eccezioni, ma per la maggior parte dei presenti “il loro modo di vivere nomade” da molto fastidio, inoltre è stato aspramente criticato il fatto che gli zingari mandano, per esempio, i bambini a chiedere l’elemosina. Gli animi si sono ulteriormente surriscaldati quando un ragazzo ha detto che “la maggior parte degli zingari ruba”. Affermazione pesante che ha innescato un vivace botta e risposta tra chi non ammette simili generalizzazioni, chiede prove e statistiche, contro chi ritiene queste persone artefici dei loro stessi mali. Uno scontro che ha evidenziato quanto sia facile cadere nella discriminazione razziale.

Dal mio punto di vista il razzista è proprio colui che generalizza partendo da un caso particolare, mentre rispettare gli altri vuole dire avere riguardo per la giustizia.

“Non sono razzista, ma…”, è una frase molto diffusa nel parlare comune, che solitamente porta poi ad esprimere pregiudizi e discriminazioni. La lotta contro il razzismo comincia con un lavoro sul linguaggio. Se non si reagisce, e non si agisce, si rende il razzismo banale e arrogante.

In conclusione questa discussione con i ragazzi ha evidenziato il fatto che nessuno è al riparo dall’imbarbarimento verbale, e quanto ci appaia ormai accettabile ciò che invece dovrebbe ancora farci indignarci, e molto.