Cultura | 24.12.2014

La luce che abbiamo dentro

Text by Simona Testa | Photos by Simona Testa
Se ti dovesse capitare anche solo per un'arcana ragione di avvicinarti al mondo della musica nei panni di una persona cieca sappi che paradossalmente sarà ... amore a prima vista.Amore per ciò che si scopre di poter percepire con il cuore, amore per ciò che le orecchie, il tatto e anche l'olfatto possono sentire. Fra le varie offerte esistenti abbiamo testato per voi un'esperienza che ha a dir poco dell'incredibile: un concerto al buio.
Il buio oltre… il suono?
Immagine: Simona Testa

Ciò che offre Sandro Schneebeli, chitarrista e produttore freelance che con la sua NEVEmusic (come ci svela lui stesso il nome è ispirato dal suo stesso cognome “Schneebeli – “Schnee” che, tradotto in italiano significa appunto “neve”) in collaborazione con Bruno Bieri e l’associazione ticinese per ciechi e ipovedenti UNITAS da diversi anni a questa parte, non è esclusivamente quella che nel loro volantino di presentazione definiscono come “un’esperienza sensoriale unica lontano dalle distrazioni quotidiane”, nella maniera più assoluta.

 

Perché il loro concerto al buio è un vero e proprio viaggio alla (ri)scoperta dei suoni e dei ritmi. È la scoperta della “luce della musica”.

 

Attualmente la tournée dei concerti al buio che è iniziata in ottobre e si concluderà  a fine gennaio è ferma nel Canton Berna ma ritornerà  nuovamente in Ticino il prossimo 17 gennaio 2015. Un evento simile è una vera e propria avventura per vivere il mondo dei ciechi sulla propria pelle e…con i propri occhi!

 

Un’esplosione di vari suoni e versi che riproducono l’habitat di una foresta tropicale disorienta almeno tanto quanto la sala completamente buia che mi si presenta non appena varcata la soglia d’entrata del teatro.

 

Subito le orecchie si aguzzano e i suoni si definiscono divenendo immediatamente più chiari e acuiti: ovviamente il primo disperato e vano tentativo che ho è quello di cercare uno spiraglio di luce. Anche con gli occhi spalancati, intorno a noi “spettatori smarriti”, ci accoglie solo il nero. È il buio più totale. In un ambiente volutamente privo di luce i ruoli si scambiano. Sono proprio le persone non vedenti a dividerci in piccoli gruppi e condurci come pecorelle smarrite fino ai posti a sedere e a rassicurarci che con un po’ di pazienza riusciremo ad accomodarci e a sentirci a nostro agio da lì a pochi istanti. Anche perché altre grandi distrazioni, se non uditive, non ce ne sono. Ed è questa la prima riflessione che nasce spontaneamente in me: nei panni di un cieco si è maggiormente concentrati, poiché non esistono distrazioni visive. Tutto è sorprendente, tutto è diverso, diventa difficile crearsi attese. Comincio a scambiare qualche battuta di rito con i vicini di posto, con cui inevitabilmente sono già  entrata in confidenza poiché non si poteva fare a meno di familiarizzare prima dell’evento, noi spettatori incuriositi tutti riuniti ai piedi della scalinata del teatro, ansiosi di vivere una nuova esperienza. Già  solo grazie al fatto di essersi tenuti per le spalle per varcare l’uscio come un trenino al fine di non perdersi all’interno della sala, cadono i nostri freni inibitori e cominciamo a scambiarci vere e proprie domande a voce alta. La mia mente, nei frangenti iniziali in cui ancora oppone resistenza, cerca disperatamente di capire cosa stia accadendo esattamente intorno a noi, ponendo infinite domande: “Ma quanti sono i musicisti, perché a me sembrano ben più di due?! Quali e quanti strumenti stanno utilizzando ora? Come fanno a intendersi se non si vedono nel buio? Come sono disposte le sedie nella sala? I musicisti sono al centro di un palco?”. Sembra l’inizio di un’affascinante e complessa sfida di un gioco a squadre o di un quiz televisivo. Poco dopo i concertisti invitano il pubblico ad abbandonarsi all’esperienza e a lasciarsi andare al ritmo dei suoni e della loro musica.

 

Sandro e Bruno utilizzano vari strumenti, fra i quali, oltre alle più consuete chitarre o fisarmoniche, figurano anche un corno delle alpi, un fischietto che riproduce il suono di un treno a vapore e, non da meno, uno hang. Mentre gli indovinelli musicali trovano spazio non solo nelle nostre menti ma anche sulle nostre bocche, ecco che, a brevi intervalli, scaturiscono delle nuove domande: “Quanto tempo sarà  trascorso dall’inizio del concerto? Perché mi sembra di avvertire un rumore di passi alla mia destra?”. Le mie percezioni temporali appaiono stranamente indefinite e poco chiare, così come l’improvviso arrivo di alcune riflessioni più profonde: “Com’è rilassante la musica, la sento risuonarmi dentro” e “Ho voglia di ballare, non penso a nient’altro…”. E un’ultima, interessante considerazione: “Come si sta bene senza cellulare”. In una società  perennemente assediata da molteplici input e distrazioni di ogni sorta, mi sorprende una sensazione così insolita seppur banale in sé eppure liberatoria, avere il tempo e la possibilità  di dedicarsi a una percezione soltanto, senza alcuna interruzione, nella calma più totale: la musica che “sentiamo risuonarci dentro”, le nostre emozioni. Poi improvvisamente, tra una battuta sull’avvenente vicina di posto che approfitterebbe del buio per allungare una mano e uno scherzetto musicale da parte del duo, accade qualcosa. Il ritmo, alcune note, e via… improvvisamente siamo tutti completamente catturati dalla musica e allora non c’è più spazio per la ragione con il suo turbinio di domande.

 

A fine concerto Sandro e Bruno accendono due candele e tutti i nostri precedenti quesiti trovano improvvisamente una risposta: siamo disposti in cerchio, i musicisti, al suo interno, ci mostrano come riproducono i suoni a noi apparsi tanto bizzarri eppure ottenuti con relativa semplicità . Non c’è nessun palco, solo esibizioni statiche o in movimento, usando gli strumenti a loro disposizione nei modi più disparati. Già , ma il bis, oh il parere è unanime: quello lo abbiamo voluto nuovamente al buio! Per fare ciò al chitarrista è bastato puntare al bersaglio e con qualche soffio ci ha fatti immediatamente ritornare nella nostra “magia nera”, nel buio più totale. Sì perché, grazie a loro, capiamo non solo che la musica la senti soprattutto con il cuore ma anche che la luce l’abbiamo dentro di noi.