Cultura | 25.11.2014

Un pomeriggio al monastero dei Folli

Text by Felicity Brunner | Photos by The Vad Vuc
Sono su un treno che attraversa il Ticino, di ritorno da Chiasso, e mentre osservo dal finestrino i giochi di luce per le strade, cerco di riordinare i pensieri che ancora mi girano per la testa. Finalmente è arrivata quell'ora della sera in cui nei bar iniziano a servire cocktail e per strada sfrecciano i fantasmi delle macchine: e questa è l'ora in cui torno a casa dopo una lunga giornata passata a casa dei Vad Vuc. Leggo alcune frasi del comunicato stampa lasciatomi dagli addetti alle pubbliche relazioni: i Vad Vuc, o The Vad Vuc, sono un gruppo skuntry irish folk ticinese, nato agli inizi del 2000 a Coldrerio, nel canton Ticino. I membri attuali del gruppo sono sette: Cerno, Jacky, Seba (Sebone), Miske, Boss, Fid e Mago. Negli ultimi 14 anni la band ha pubblicato sette album e dato oltre 350 concerti... Un sacco di informazioni generali, numeri e date, dunque, ma niente che mi aiuti a riassumere questa giornata... Incominciamo dall'inizio.
Il gruppo al completo
Immagine: The Vad Vuc

Mentre il sole splende all’apice del mezzogiorno, giungo in un paesino nelle vicinanze di Chiasso, dove mi fermo nel cortile di una banalissima casetta bianca. Banalissima sì, ma solamente all’apparenza: appena scendo dalla macchina, la mia attenzione viene richiamata verso l’entrata dell’edificio dal suono di un basso e dal rullio delle percussioni. Una strana energia, nata dalle cupe vibrazioni degli strumenti, proviene dall’ingresso chiuso, diventando più forte man mano che mi avvicino. Apro le porte, entro, ed improvvisamente sento solamente musica! E qua inizio a sorridere. In un lampo il brano è finito, mi avvicino al complesso di strumenti e vedo sette facce rubiconde un po’ sudate che mi guardano: ci presentiamo e vengo portata nella cucina al piano inferiore di questa casa dove si svolgono le prove della band. Accompagnata dalle loro risate, ci sediamo tutti intorno a un grande tavolo giallo, il tavolo dove, tra birre e sigarette, saranno nati decine di testi di canzoni.

Guardandoli, mi chiedo di cosa parleremo: del nuovo singolo? Dell’album prossimo all’uscita? Dei concerti in programma? Inizio a porre le mie domande. Ben presto mi rendo conto che le domande sono inutili, sono una formalità , un tentativo banale di acchiappare qualcosa che in verità  è un’impressione, una sensazione. Queste sette persone sedute di fronte a me non sono riducibili a un prodotto, qualcosa che va descritto ed etichettato, per poi essere messo su uno scaffale in attesa che qualcuno lo comperi. Sono sette persone piene di energia, che parlano e scherzano su tutto e in primo luogo su sé stessi, tant’è che alla mia domanda “come definireste la band” la risposta

praticamene unanime è stata “una band di cazzoni!”.

La band si è formata tra le mura di una mensa, in un luogo conviviale, dove un gruppo di amici un giorno si è ritrovato con il semplice e forte desiderio di fare musica insieme. I Vad Vuc è il tentativo di creare un tipo di musica completamente nuovo rispetto a ciò che lo precede: “La sperimentazione sta dentro al gruppo” afferma Cerno e si può dire che dalla sperimentazione sono nati. Uscire dagli schemi è uno dei motti della band. Ad esempio di ciò c’è il nuovo singolo: un brano profondamente fedele allo spirito dei Vad Vuc, proprio perché è il risultato della sperimentazione con suoni e ritmi diversi dal solito. Sperimentare significa anche arrischiarsi in ambienti nuovi, uscire dalle proprie consuetudini e confrontarsi con realtà  diverse. I Vad Vuc sono di casa nelle feste di paese, tra i locali e i festival del Ticino. Ma la sperimentazione implica non fermarsi a ciò che è famigliare, ai paesi che ben si conoscono, ai bar che sanno di casa. La sperimentazione nasconde il desiderio di lanciarsi in sfide nuove, come lo sono i concerti oltralpe (ad esempio all’Heitere Open Air, a cui hanno partecipato quest’estate) oppure in Italia (raggiungendo pure l’Abruzzo). La sperimentazione vuol dire immaginare il futuro, sognare, vedere fantasmi e renderli reali, e uno di questi fantasmi, che presto potrebbe diventare concreto, è la grande sfida per il posto ad Eurosong (difatti al 7 dicembre avverranno le selezioni per il candidato svizzero). Tante sfide e tanti desideri che occupano le menti dei sette musicisti e delle persone che collaborano con loro.

Un silenzio aleggia ora sul grande tavolo giallo intorno a cui siamo seduti. Alcune battutine vengono lanciate tra i miei interlocutori, mentre un gatto entra nella cucina della casa. È il loro gatto domestico, mi spiega Fid. Un gatto domestico.. Guardandoli mi chiedo da dove giunga tutta la loro energia, cosa li spinge ad alzarsi presto ogni domenica per trovarsi in questa casa e fare le prove di gruppo, rinunciando al riposo dopo la settimana lavorativa. Ripensandoci ora, mentre osservo le luci delle case dal finestrino del treno, trovo la risposta (che potrebbe suonare banale): l’energia viene dalla voglia di fare. Nessuno di loro vede il proprio contributo nella band come un lavoro: no, tutt’altro, suonare è un hobby, suonare è un passatempo, è il divertimento dopo il lavoro. L’energia viene da ciò: dal fatto di volersi divertire, non forzando le cose, prendendo questa vita da musicisti come se fosse un gioco. “La musica non è una cosa seria” afferma Seba.

Tuttavia nella nostra conversazione siamo riusciti a trattare temi che, forse, seri non sono, ma che sembrano essere radicati nel cuore della band. Sono i temi che riguardano le proprie origini: la lingua e il territorio della Svizzera italiana. Il dialetto è la lingua madre del gruppo, un dialetto che viene spesso mischiato all’italiano, e talvolta al tedesco (Alpinenstrasse 69), all’inglese (Rise Again) e al francese (Finisterre). Soltanto osservando il nome della band ci si rende conto di questo multilinguismo: The Vad Vuc (l’anagramma di un imprecazione dialettale, preceduto da un anglismo: un nome che rispecchia tutta l’ironia del gruppo). Un gioco con la lingua: una lingua a cui ognuno dei vadvuchers sembra essere affezionato a modo proprio. “In italiano certi concetti non riescono a trovare l’equivalente della parola dialettale” spiega Seba. L’italiano è una lingua costruita

da diverse varietà , affermano, mentre il dialetto è un linguaggio più arcaico, più puro, con vocalità  molto più interessanti. Il dialetto è legato alla terra d’origine, è la lingua del popolo, e i Vad Vuc vogliono dare una musica a questo popolo e a questa terra.

Dal discorso sul Ticino, sulla lingua e sul popolo mi chiedo quale sia il rapporto del gruppo con la politica. La reazione a questo argomento è stata molto netta: l’arte non dovrebbe fare politica, “noi lasciamo fare la politica ai politici” e grandi risate accompagnano questa affermazione. La politica come un gran fantasma nero, dal quale bisogna mantenere le distanze! E qua bisogna capire cosa intendano Cerno and co. con “politica”: i Vad Vuc si dichiarano a gran voce come apolitici, non sono schierati dalla parte di alcun partito, ma contemporaneamente mi fanno capire con insistenza il proprio interesse verso tematiche sociali (in primo luogo la povertà  e la disparità  sociale). Di nuovo, mentre sono in treno, mi trovo a riflettere sul significato di queste affermazioni. Unire l’arte e la politica vuol dire prendere l’arte e darle uno scopo. Facendo ciò si priva l’arte della sua libertà . E la libertà  (di sperimentare, di muoversi, di divertirsi) è il fondamento su cui si basa lo spirito dei Vad Vuc. Uno stile di vita punk, anarchico, che però non contraddice il fatto che la musica abbia un messaggio da trasmettere.

 

Dopo la lunga conversazione lascio che i miei interlocutori riprendano le prove. Tutti gongolanti si dirigono al piano di sopra per impugnare gli strumenti e mi invitano a restare per ascoltarli. Esonerati dalla presenza del mio registratore tornano a lanciarsi battute e a dar libero sfogo a parolacce e risate: “avremmo bisogno di una terapia di gruppo” grida qualcuno. Ridono e lasciano che lo scherzo si perda tra altre battute, ma nel retro della testa sto pensando a quanto i Vad Vuc sono realmente malati, ma malati soltanto di vita.