21.11.2014

Sono liberiana, non un virus

Alcune donne liberiane hanno voluto lanciare un messaggio a tutti coloro che associano automaticamente l'Africa all'ebola.
Sono liberiana, non un virus
Immagine: cfr. youtube, Shoana Cachelle

Anche le notizie più spaventose, dopo un po’, perdono la loro forza. Le foto di Jennifer Lawrence appaiono sul web e il mondo si dimentica del conflitto in Siria. La stessa cosa è successa, per lo meno in parte, con il virus dell’ebola. Dopo una fase di allarmismo e proclamazioni di misure estreme, l’interesse mediatico per il virus è calato. Eppure, la situazione non è ancora risolta. Anzi, tra paure e panico strumentalizzati, l’ebola ha già  lasciato segni profondi anche nei paesi non direttamente colpiti dal virus.

 

Tra i segnali più allarmanti, quello forse più vistoso nel “mondo occidentale”, è quello della stigmatizzazione legata al virus. Il politico Jean-Marie Le Pen l’ha messo in chiaro fin da subito: “L’ebola risolverà  il problema degli immigrati”, affermava maliziosamente a maggio. La prima di molte altre insinuazioni di pessimo gusto e mancato rispetto. Così, mentre il numero di vittime oltrepassa la soglia dei quattromila, si sono già  osservati diversi casi di bullismo e discriminazione legati al virus: a New York, due bambini africani sono stati chiamati “Ebola” dai compagni di classe e sono stati ripetutamente esclusi da partite di calcio. Sempre negli Stati Uniti, alcuni dipendenti liberiani sono stati invitati ad andare a casa per il solo fatto di aver starnutito, mentre studenti provenienti dal Ruanda sono dovuti restare a casa a causa delle pressioni esercitate dai genitori sui docenti.

 

Shoana Solomon, di provenienza liberiana e residente negli Stati Uniti, ha vissuto un’esperienza simile. Un giorno, sua figlia è tornata a casa da scuola ripetendo, sconvolta, quello che le avevano detto i suoi compagni di classe: “Vieni dalla Liberia quindi sei malata”. Per Shoana, una situazione inammissibile. Da qui lo slancio per reagire e mettere in rete con altre donne liberiane un video intitolato “Sono una liberiana, non un virus”. Pubblicato qualche settimana fa, il video ha già  riscontrato un notevole successo e ha scatenato un’ondata di nuovi dibattiti.

 

Nel video, Shoana spiega il motivo della sua indignazione: “È sbagliato stigmatizzare e stereotipare un’intera popolazione; veniamo da una zona che è stata colpita da una malattia mortale – ammette -, ma non siamo tutti infettati”. Quello che Shoana vuole soprattutto ricordare, è che prima di essere delle persone provenienti da un paese colpito dall’ebola, i liberiani (così come del resto tutti gli africani) sono degli esseri umani. Il che, si penserà , è un’assoluta banalità . Ma quando si sa che oltre la metà  delle vittime del virus provengono dalla Liberia e che i politici non esitano a giocare con le paure dei meno informati, vale forse comunque la pena ricordare un fatto così scontato. E di fatti, Shoana non si stanca di ripeterlo: “Ricordatevi che siamo esseri umani”.