Politica | 16.11.2014

Aprire le porte a tutti…

Text by Simona Testa | Photos by Sabina Calastri
Non è solo un auspicio, ma è la realtà  odierna. Proprio in questi giorni si sta svolgendo l'annuale sessione dei giovani: l'opportunità  per i redattori e giornalisti della rivista Tink.ch (sostenuta proprio dalla stessa Confederazione) di vedersi riuniti sotto un unico e importante tetto, quello del Parlamento.
La parola -˜discriminazione' fa ancora eco nelle aule del Parlamento…
Immagine: Sabina Calastri

Dal 13 al 16 novembre oltre 200 ragazzi tra i 14 e i 21 anni si sono riuniti a Berna per dibattere su temi d’attualità  e discutere di problemi attuali e futuri a cui la società  si trova confrontata.

Anche la neo-costituita redazione ticinese di Tink.ch è presente con alcuni dei suoi giovani reporter. Fra i vari temi selezionati quest’anno dalla piccola redazione vi è quella del razzismo e della discriminazione razziale, nota dolente e, purtroppo, sempre al centro dell’attualità .

Già  nel 2011, infatti, la sessione dei giovani aveva toccato questo tema, e si concluse con la richiesta che venisse adottato un ulteriore inasprimento delle leggi per salvaguardare l’uguaglianza a prescindere dalla provenienza etnica e religiosa delle persone. Il messaggio era sicuramente chiaro e importante, eppure sia il Consiglio degli Stati sia quello Nazionale respinsero la petizione.

Il tema della discriminazione razziale è complesso e purtroppo sempre attuale, poiché fonte di discussioni animate perennemente nel centro del mirino. Proprio lo scorso mercoledì il Consiglio federale ha proposto al Parlamento di adottare la disposizione costituzionale ticinese che vieta di velare integralmente il viso in luoghi pubblici, eccezion fatta per i luoghi di culto. Quale contrastante messaggio si voleva quindi trasmettere con questo tentativo di divieto? Fortunatamente il Consiglio federale afferma di non ritenere davvero opportuna una legge anti burqa. È chiaro però che tentativi come questo, eseguiti attraverso interpellanze, proposte di legge o referendum, scatenano sempre accesi dibattiti che spesso e volentieri, soprattutto attraverso i social media, trovano terreno fertile per i più intolleranti.

Se portiamo il problema della discriminazione razziale alle latitudini ticinesi, possiamo vedere il paradosso fra i noti casi che hanno fatto tanto discutere quest’anno,”Arlind” e “Yasin” con quello degli asilanti di Losone. Nel primo caso si trattava, infatti, di due giovani: kossovaro il primo e iraniano (di etnia curda) il secondo, entrambi perfettamente adattati agli usi e costumi locali e assolutamente in grado di sostenere una formazione completa nel nostro cantone, che si sono improvvisamente ritrovati con un ordine di espulsione fra le mani. Esclusioni per le quali neanche vari appelli alle autorità  competenti hanno potuto cambiare il loro destino, rifiutando loro la richiesta di asilo nella nostra regione. Questi fatti avevano letteralmente scatenato la comunità  mediatica ticinese, che si era subito attivata in difesa dei due ragazzi, esprimendo tutta la loro solidarietà .

Totalmente opposta la reazione e l’intento di diversi cittadini ticinesi che si erano invece caparbiamente scatenati contro la decisione del Tribunale Federale di trasformare provvisoriamente l’ex-caserma di Losone in un centro per i richiedenti l’Asilo e per la quale sarebbe stata negata dal tribunale stesso qualsiasi ricorso. Un fatto che, non solo aveva destato molte preoccupazioni fra la popolazione delle zone limitrofe al centro della località  ticinese, ma ha anche smosso l’intera comunità  mediatica, più contro che a favore di questa decisione, che aveva scatenato anche le ire del leghista Lorenzo Quadri e del “Guastafeste” Giorgio Ghiringhelli.

È chiaro quindi che, a tutt’oggi, continuiamo a interrogarci su quali siano i termini d’integrazione, tolleranza e accettazione del diverso. Sicuramente la differenza linguistica svolge un ruolo chiave, ma non esclusivo. La Svizzera col suo plurilinguismo racchiude in sé già  una peculiare caratteristica che può essere vista sia positivamente sia negativamente. Essa non è sempre percepita come opportunità  di maggiore arricchimento culturale e personale, bensì come un ostacolo, una difficoltà . Laddove ancora vi è la tendenza alla generalizzazione e fintanto che gli stereotipi vinceranno sulla realtà , si continuerà  a fare di “tutta l’erba un fascio”: noi ticinesi resteremo degli italiani tutti “sole, moda e cibo” agli occhi dei nostri connazionali oltralpe, i bernesi saranno sempre “quelli più lenti” e i vallerani coloro che non hanno capacità  di possedere larghe vedute. Perché si sa che ciò che non si conosce fa sempre paura. Se già  nel nostro piccolo manteniamo vive queste ideologie, come potremo mai aprire realmente le porte a uno straniero? Su quali aspetti puntare quindi? Sull’integrazione attraverso l’educazione, sulla conoscenza di questo “diverso”, sull’integrazione attraverso opere di pubblica utilità  e corsi di lingue ad esempio? Bisognerà  forse investire maggiormente sulle possibilità  e capacità  delle scuole e della collaborazione delle stesse attraverso commissioni contro il razzismo (CFR)? Punteremo su servizi atti a sensibilizzare sin dall’infanzia la conoscenza delle varie etnie e religioni, un aspetto fondamentale per la società  odierna, che si vuole sempre più globalizzata ed etnicamente variegata?