Politica | 27.10.2014

Manifesto per una Svizzera meno xenofoba

L'ennesimo risultato di una votazione popolare riaccende il sospetto che gli attuali strumenti democratici possano mandare segnali a volte neanche troppo velati; il nostro vuole essere un richiamo alla ragione.
Sventola sempre... per tutti!
Immagine: cft., pixabay, Werni

28 settembre 2014: il popolo ticinese rifiuta il suo benestare allo stanziamento di un credito di 3,5 milioni di franchi (poi ridotti a 2,2) atto a finanziare la partecipazione del Cantone all’Esposizione Universale di Milano. 9 febbraio 2014: la Svizzera dice sì all’iniziativa popolare “contro l’immigrazione di massa”. 22 settembre 2013: in Ticino viene accettata la votazione popolare sull’introduzione della Legge sul divieto di dissimulazione del viso nei luoghi pubblici.

 

Già  solo queste tre votazioni citate, ad esempio, basterebbero per far sorgere il dubbio che forse in Svizzera sempre di più la tendenza della popolazione sia di chiudersi in se stessa. Ma forse sarebbe il caso di dire le cose come stanno: la maggior parte della popolazione votante su suolo elvetico è xenofoba. Sì: x-e-n-o-f-o-b-a. Ci fa male doverci etichettare questa parola addosso. Eppure, basterebbe dare un’occhiata alla definizione data da una qualsiasi enciclopedia  per capire che questo è ciò che siamo e stiamo diventando. Tuttavia molti di noi ancora lo nascondono; agli altri, perché non penso che siamo in grado di farlo anche verso noi stessi.

 

La cosa interessante, però, è che non solo le votazioni di stampo più diretto, cioè quelle in cui è evidente che quello che si cerca di raggiungere è l’esclusione, in toto o in parte, di ogni essere indigeno (e indigesto) a noi abbiano un simile fine; è sempre più evidente come anche interrogazioni popolari che dovrebbero focalizzarsi su un altro piano concettuale rispetto a quello “Svizzero – Non-svizzero”, alla fine riescano ad esprimere un rifiuto verso ciò che è esterno al pensiero elvetico dominante. L’esempio della votazione su Expo è lampante: davvero è possibile non considerare la possibilità  che questo non sia stato l’ennesimo no verso i tanto fastidiosi cugini italiani?

 

Le migliori argomentazioni sono poi quelle addotte a proposito del “problema asilanti”: “Eh…ma visto che li ospitiamo, non dovrebbero nemmeno pensare di fare anche solo il minimo furtarello!”. Questa la frase con la quale la maggior parte delle volte giustifichiamo il nostro comportamento avverso nei loro confronti; ma ci siamo mai fermati a pensare in quale condizione, psicologica essi si trovano? Costoro scappano da paesi in cui la guerra, la morte e la sofferenza regnano sovrani. Non sono cresciuti in un paese nel quale tutti gli agi sono permessi. La loro fuga, poi, spesso ha comportato pericoli e sacrifici, e magari hanno lasciato moglie e figli nella loro terra natia. Guardiamo negli occhi la nostra famiglia e pensiamo di dover stare senza di loro: non ne soffriremmo? Pensiamo ora di arrivare in un luogo in cui la comunità  residente già  ci indica come criminali, che già  si aspetta che faremo un passo falso; e pensiamo di dover stare tutto il giorno senza poter far nulla, sentendo crescere in noi una piena impressione di inutilità . “Va bene…ma tanti di loro sono ricercati anche nei loro paesi!”. Svegliamoci! Nei loro paesi non c’è un sistema democratico ed una giustizia pari ai nostri  . Se in Cina cercassimo “Cina libera” su Google, rischieremmo di avere guai seri; capita l’antifona?

 

 

Il problema è che con tutte queste votazioni, orientate solo ad affermare il quanto siamo belli e quanto siamo bravi elvetico, rischiamo di disperdere nel nulla l’alto valore che un tale strumento democratico evoluto come il nostro ha. Ci sono nazioni e regioni in cui intere popolazioni lottano e muoiono per un tale diritto, ed altre ancora in cui non si crede neppure che si possa lottare per qualcosa che anche solo lontanamente possa rassomigliare a tale privilegio. Negli ultimi tempi sempre di più si discute sul fatto che stiamo andando a votare troppo spesso, su temi che forse non dovrebbero essere messi troppo in discussione dal popolo. Con questo non vogliamo dire che queste votazioni siano inutili: ogni volta che andiamo alle urne e ci esprimiamo, diamo sfogo alla nostra voce di cittadini; ed è giusto così. Ma se ci fermassimo un attimo a riflettere, forse capiremmo che avrebbe più senso dare la priorità  ad altri aspetti delle nostre istituzioni, di cui fruiscono, volenti o nolenti, anche cittadini di altre nazionalità . Regolare prima queste cose, e poi pensare di “rimandare a casa” coloro che più ci sono scomodi, forse riuscirebbe a rendere meno indigesta l’idea di una Svizzera che a sua volta stia diventando un piccolo melting pot all’interno di un mondo sempre più globalizzato e con frontiere sempre più esili. Perché questa è la strada che il mondo sta percorrendo. L’homus elveticus fra qualche decina d’anni forse non vi sarà  più: il Ticino magari avrà  più italiani meridionali che ticinesi, con qualche tocco di etnia slava. E allora? La nostra provenienza, sia sul piano etnico sia su quello civico, è importante solo a livello culturale; ma questa caratteristica non deve servire a creare fantomatiche gerarchie ideologiche all’interno della razza umana, di cui tutti facciamo parte indistintamente. Il valore di un individuo può e dovrà  essere valutato solamente attraverso le sue gesta, le sue parole e il suo rapporto verso gli altri. Tutto il resto – come diceva un noto cantautore romano scomparso recentemente – è solo noia!