02.02.2007

Il cavallo come mezzo per conoscersi meglio

«...andando a cavallo si scopre un altro mondo, personale e unico per tutti...sono cose che non si spiegano a parole". Questa significativa frase e sorta parlando con Bruno Brughera, psicomotricista, che mette in pratica le sue conoscenze in un ambito naturale ma soprattutto sfruttando il potenziale terapeutico dei cavalli.
Immagine: Manuel Tamo-Tschopp

Come si è scoperto che il cavallo può aiutare le persone a migliorare la propria salute?

Innanzitutto, bisogna dire che l’uomo da millenni ha avuto un rapporto privilegiato con il cavallo. Grazie anche a questa lungo rapporto tra l’uomo e il cavallo, vi sono varie esperienze pionieristiche che hanno portato gruppi specifici di gente a utilizzare il cavallo con persone andicappate o con i bambini. Questo ha permesso di migliorare le relazioni tra le persone affette da problemi motori, psico- motori o comportamentali e le restanti che non rispettavano la loro presenza per ignoranza o per difficoltà  di comunicazione.

Ora abbiamo vari studi in quest’ambito e quello che a me interessa di più è una valorizzazione del cavallo nell’approccio con l’utente, piuttosto che un applicazioni di tecniche specifiche e il più delle volte troppo “tecniche”. Quindi più che basarmi sulle idee di una determinata scuola di pensiero prendo in considerazione le tante realtà  che compongono il cavallo, il terapeuta e l’utente. Per esempio in Italia si utilizza molto la riabilitazione equestre, ma a me non interessa rifarmi a queste scuole, cerco piuttosto di portare avanti la nostra idea divulgandone il suo senso.

Come hai scoperto che il cavallo può essere un partner di lavoro?

Ho scoperto il cavallo sia attraverso informazioni precedenti all’ incontro con Federico e Maya, sia nell’ambito della terapia con la signora Ferrari, che lavora nell’ ambito dell’ippoterapia. Sin dal principio non mi ha convinto il fatto di mettere  una persona sul cavallo per fargli fare determinati esercizi, e considerare questo un lavoro completo…infatti ho sempre visto maggiori potenzialità  nel cavallo. Così, quando incontrai Federico Frank e Maya Streun della Scuderia San Lucio a Bogno, ho subito avuto la possibilità  di impostare un lavoro in questo campo con obbiettivi chiari che tuttora stanno prendendo forma. In questo modo ho la possibilità  di mettere in pratica con più successo, tramite il cavallo, certi concetti di psicomotricità  a me cari, che ristretti in ambiti come palestre o centri di riabilitazione perdono velocemente la loro qualità . Lavorando con i cavalli scopro che rappresentano tante cose per me come per gli utenti e permettono di lavorare su vari aspetti delle persone, come per esempio la loro psiche e le loro emozioni.

In quest’ ambito, qual è stato il primo impatto che hai avuto con i cavalli ?

Il primo incontro è stato molto emozionante, soprattutto a livello sensitivo, con il tatto. Ricordo di aver accarezzato quel pelo pulito dei cavalli da scuola, e ho sentito c’era qualcosa di molto sensibile e forte allo stesso tempo…l’ intuito è qualcosa che mi viene facile, anche con le persone e gli utenti che seguo come psicomotricista trovo con facilità  un dialogo, che non deve essere per forza verbale.

Vi sono cavalli più portati che altri per questa terapia?

Sicuramente vi sono cavalli più portati che altri. Per esempio il cavallo Prince (vedi fotografia) è un cavallo che ha grandi possibilità , dolcezza e intelligenza.

Come portate i vostri utenti al primo approccio con il cavallo?

Inizialmente si fa un “lavoro a terra”, durante il quale si presenta il cavallo nel suo box. Dopodiché c’è la fase di pulizia e vestizione, ed è durante questo primo approccio che si riconosce  l’interesse dell’utente. Quando qualcuno è titubante, allora cerchiamo di vincere le paure trovando le motivazioni necessarie per andare aventi. Ho dei colleghi che trovano troppo lontano il luogo dove mettiamo in pratica la terapia con il cavallo. Dal mio punto di vista già  il viaggio verso un luogo immerso nella natura implica un cambiamento dalla quotidianità  e metà  del cammino terapeutico è svolto, l’altra metà  la troviamo valicando il cancello della scuderia…l’utente, a questo punto si trova in ambito terapeutico al 100 per cento.

Vi sono persone che rifiutano questo approccio?

Bisogna dire che una buona percentuale di persone a cavallo ha paura. Per esempio ho a che fare con un ragazzo autistico che si trova bene in scuderia ma non vuole salire sul cavallo, pur essendoci persone che vorrebbero che riuscisse a farlo. Infatti il suo educatore vorrebbe che salisse a cavallo per una terapia “completa”: purtroppo questo è unicamente per giustificare un giusto procedimento della cura dell’ utente.

L’ obbiettivo della terapia consiste nel riuscire a cavalcare il cavallo?

Sicuramente no. Questo perché ognuno deve riuscirci da solo, con la propria voglia. Infatti andando a cavallo si scopre un altro mondo, personale e unico per tutti… sono cose che non si spiegano a parole. Quando una persona si stimola da sola ad andare a cavallo valica le sue paure e scopre questo mondo più “sensibile”, quindi il tutto non sta in funzione dello stare a cavallo.

Nella terapia, quali sono le “parti” del  corpo o della psiche dell’utente  che vengono guarite?

Durante la terapia con il cavallo non mi soffermo mai sul sintomo o il problema, cerco piuttosto di fare un lavoro globale sulla persona. Per questo utilizzo vie mirate per agire sull’utente e in questo caso il cavallo è un mezzo impareggiabile. Voglio che le persone, a contatto con il cavallo trovino un momento di piacere, che possano tenere per se. Infatti mi piace molto vedere le persone in termini di “intimità ” e “emozione”. Questo per fare in modo che si rendano conto di chi sono.

Nell’ambito della terapia il cavallo diventa terapeuta?

Penso che per essere terapeuti bisogna essere coscienti di quello che si fa: non so quanto è cosciente una cavallo del suo ruolo. C’è stata un esperienza particolare con il cavallo Prince (vedi foto) quando abbiamo messo un utente sul cavallo con l’aiuto di un argano (la persona in questione è in carrozzella). Il cavallo si è subito incuriosito e ha odorato la persona e mentre la sollevavamo ha cominciato a farla dondolare spingendola con il muso. Questo dimostra che il cavallo ha avuto una spiccata sensibilità  nei confronti della persona. Quindi ha sicuramente un forte potenziale terapeutico ma non è terapeuta. Sono io come persona che devo capire dove mettere l’accento con un determinato utente e fare il mio lavoro con professionalità , il che determinerà  la funzione che voglio espletare…dopodiché mi lascio sorprendere da esperienze come quest’ ultima.