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“Il meccanico non è un lavoro da donne”

Miranda è cresciuta con il papà meccanico di barche che però “mi ha sempre un po’ negato questo lavoro, perché, secondo lui, essendo donna non era l’attività adatta a me”.

“Quando finalmente ho deciso di voler intraprendere questa strada, perché ero abbastanza grande da prendere le mie decisioni ed avevo i soldi per, in parte, autogestirmi, ho cambiato gli studi”, mi racconta decisa la giovane. Miranda studia ora come apprendista meccatronico alla SPAI di Biasca. Si occuperà della sostituzione di pezzi e di elettronica facendo piccole diagnosi.

Seduta a gambe incrociate in un motoscafo sul lago di Lugano, la giovane di 22 anni mi guarda con i suoi grandi occhi verdi. Il vento le sposta i lunghi capelli neri mentre mi racconta il perché la scelta del suo studio è spesso una sorpresa per le altre persone.

“Finite le medie avevo chiesto di fare il meccanico, ma i miei genitori non volevano ed ero un po’ piccolina per impormi”. Così Miranda ha optato per la scuola di commercio, ha preso il diploma e ha lavorato un anno come impiegata per risparmiare un po’ di soldi e pagarsi le piccole spese senza dover gravare sulle spalle dei genitori.

Foto di Juliane Roncoroni.

Passione per la meccanica

“Da piccola passavo tanto tempo nell’officina sotto casa a fare benzina ai clienti”. Dai 12 anni Miranda stava in cantiere, ma poteva solo osservare, perché alla domanda “cos’è questo?” suo padre non dava molte spiegazioni. “Tanto non lo capisci, mi diceva”.

La persona più contraria alla passione per la meccanica di Miranda era però la madre. Anche se è contenta per Miranda, ancora oggi crede che la figlia perda tutta la propria femminilità con questo lavoro e che sia diventata molto più ‘grezza’. “Lei vorrebbe che mi vestissi ogni giorno da ufficio, elegante”. “Penso che mia mamma veda quanto lavora mio papà e il carico di lavoro che ha… comunque è un lavoro pesante e lei avrebbe voluto un lavoro più ‘leggero’ per me, grazie al quale avrei potuto dedicare anche più tempo alla famiglia”.

A proposito del meccanico di barche, Miranda mi confessa di adorarle e di aver da poco preso la patente nautica. Non sta studiando per diventare meccanica di barche, ma di automobili, perché in Ticino non c’è la possibilità di formarsi e lei pensa che suo papà non gradirebbe che lei lavorasse o imparasse “dalla concorrenza”.

Mentre arriva qualche onda più grande che sposta il motoscafo, Miranda sorride: “sono cresciuta sul lago, fin da piccola e queste onde per esempio mi piacciono tanto”.

Gli amici

Sono curiosa di sentire come hanno reagito a questo cambiamento i suoi amici e, prima ancora di affrontare il discorso, penso che le ragazze possano essere rimaste ancora più sorprese; invece mi sbaglio: le sue amiche l’hanno supportata tantissimo per questa decisione e l’hanno sempre incoraggiata. “Avevo paura di essere sempre messa a confronto con un uomo, ma le mie amiche dicevano che vedevano la scintilla nei miei occhi, quando parlavo di questo mio sogno e che non avrei avuto nessun problema”.

Invece gli amici maschi si sono divisi in due categorie: coloro che sono già meccanici la sostenevano, perché sapevano che non si tratta di un mondo nuovo per le donne, mentre gli altri erano più diffidenti. “Dicevano che non ce l’avrei fatta e che non è un lavoro da donna”.

“Mi dicono sempre che sono molto grezza ma io mi sento così e mi piace”. Già da giovane Miranda era interessata alle moto e faceva parte di un gruppo metal. Miranda racconta di questa parte della sua vita, ma ammette che appena stacca dal lavoro le piace essere “pulita e curata”. Oggi indossa uno smalto e un eyeliner azzurro che le illumina i tratti delicati del viso. Appena glielo faccio notare, mi mostra i segni neri delle gomme sulle mani.

Foto di Lorenzo Prosperi.

Con gli uomini

“Tanti vedono questo lavoro fatto da una donna come una cosa eccitante, come nel film in cui Megan Fox fa la meccanica. Ma io non sono lei”, afferma Miranda ridendo. Poi, più seria, spiega che invece spesso ha l’impressione che gli uomini siano interessati solo al fatto che lei sia un meccanico e non a cosa sia lei realmente. “Sono tante cose, oltre questo aspetto del meccanico, mi piace la fotografia, mi piace andare in barca, faccio snowboard, vado in moto…”.

Adesso a casa hanno tutti cambiato idea perché “mi vedono tutti più felice”. La mamma di Miranda vede che studia tanto perché le piace e questo la rende contenta, e “appena arrivo a casa mio papà mi spiega tante cose anche facendo mille disegni”.

Diario “a bordo”

Sabato 2 luglio:

Dopo dodici interminabili ore di viaggio, finalmente arriviamo a destinazione. Amsterdam si presenta più tranquilla di quello che ricordavo e una volta entrati nella nostra woonboot, la nostra settimana sull’acqua inizia.

La casetta è più carina del previsto e per fortuna ci sono abbastanza piumoni per la notte, perché diventa proprio fresco. La woonboot si trova subito dopo un ponte quindi alla nostra sinistra non c’è niente mentre a destra c’è una lunga fila di altre case sull’acqua. Alla ricerca di un ristorante dove mangiare e guardare Germania-Italia per gli europei di quest’anno, osserviamo attentamente le altre case. Ce ne sono di più lunghe, di più corte, di più larghe e altre addirittura a più piani.

Alcune hanno il giardino e altre anche dei piccoli pontili da cui è possibile lasciare la casa con una barca a remi.

Solitamente queste case galleggianti sono realizzate in legno e acciaio.

Davanti al nostro grazioso salotto, che ha una grande vetrata che si affaccia sul canale, è ormeggiata una semplice barca a motore. La prima avventura di sabato sera è infatti togliere tutta l’acqua che si era accumulata sul telone, senza finire direttamente a sguazzare per il canale. Chiaramente essendo in Olanda questo lavoro ci toccherà più volte, grazie alle frequenti precipitazioni.

Domenica 3 luglio:

Una sostanziosa colazione a base di pane e Hagelslaag, cioccolato da spargere su un sottile strato di burro e pane, ci consola dopo una fresca notte. Il tavolo da pranzo guarda direttamente sul canale per cui la colazione non si fa in 5, ma con anche tutte le persone che passano in barca davanti a noi. Infatti si è talmente vicini che è come essere seduti l’uno accanto all’altro e le finestre invitano quasi a guardare dentro ogni casa o barca. Una volta pronti ci avventuriamo per le vie di Amsterdam che nonostante sia domenica è piena di negozi aperti.

Lunedì 4 luglio:

Per oggi mia mamma ha già organizzato, come consuetudine, una visita a un museo o a una mostra. Amsterdam, come tante grandi città, offre anche molti intrattenimenti interessanti, che d’altronde sono necessari visto che il tempo e spesso poco mite. Quest’anno la scelta è ricaduta su una mostra dedicata all’artista anonimo Banksy che «nessuno sa chi è ma tutti sanno chi è». Banksy ha creato opere, soprattutto graffiti, in molte grandi città sparse per tutto il globo. Denuncia il capitalismo attraverso il suo lavoro e il proprio simbolo è il ratto. Egli stesso dice che quando gli hanno fatto notare la genialità di rat che è l’anagramma di art, dovette far finta di essersene già reso conto. Chiaramente oggi c’è un gradevolissimo sole e si può girare senza giacca, così dopo l’affascinante mostra, abbiamo passeggiato per la città.

Mentre siamo in fila per comprare delle deliziose patatine fritte osserviamo molto poco indiscretamente la gente che passa e ci soffermiamo su un gruppo di ragazzi italiani attorno ai 25 anni. Facendo finta di essere del posto, notiamo che entrano in una graziosa pasticceria proprio di fronte alle nostre patatine. In questa pasticceria vendono solo un tipo di biscotto: grande, marrone e con un morbido interno bianco. Devo far notare a mio papà e mio fratello che molto probabilmente non si tratta di gustosi biscottoni ma di dolci contenenti erba. Inizialmente facciamo finta di ritenerla una pratica poco seria ma con lo scorrere del tempo sono sempre più sicura del fatto che tutti ne avrebbero assaggiato un pezzetto, visto il loro aspetto invitante.

La serata senza internet e televisione si rivela molto meno divertente di quanto pensassimo e così verso le 21:50 decidiamo di andare a dormire.

Martedì 5 luglio:

Era troppo bello per essere vero. Mi sveglio e già sento un vento forte che scuote la woonboot. In programma c’era un giro in bicicletta fino a un paesino a una ventina di chilometri da Amsterdam, ma la pioggia e il vento lo trasformano in un giro in macchina fino a Marken. Marken è un piccolissimo villaggio di pescatori situato su una penisola che fino al 1957 era un’isola. Il tragitto fino al paesino è circondato da acqua e campi incredibilmente verdi, i famosi «polder», parola intraducibile in italiano, che concretamente sono «terra guadagnata dal mare». Il viaggio è molto più piacevole del breve soggiorno. Il vento è terribile. Marken è caratterizzata da tipiche casette di ex pescatori e l’unico posto vivibile oggi è una chiesa che ci ripara dal vento gelido. Inizialmente entro per recuperare un po’ di calore ma rimango positivamente colpita da una chiesa arredata con molte miniature di barche sospese dal soffitto e da panchine verniciate di un colore blu mare. Le barche sono proprio il tema della nostra vacanza!

Poiché sono solamente le 11, decidiamo di andare a visitare un altro paesino: Edam.

Edam è decisamente più abitata e civilizzata. È diventata famosa per i suoi formaggi esportati in tutto il mondo e ogni mercoledì ospita un altrettanto famoso mercato del formaggio. Mio fratello sostiene l’assurdità del non comprare formaggio ma tazze con la scritta «keep calm and eat ice cream»  quando nemmeno ci entra abbastanza gelato per i suoi gusti.

Mercoledì 6 luglio:

Una woonboot è una casa galleggiante ormeggiata lungo un canale e a Amsterdam sono delle vere e proprie abitazioni dotate di ogni necessità. Ad Amsterdam se ne contano quasi 2.500, di cui quasi un terzo si trova lungo i canali del XVII secolo da dopo la Seconda Guerra Mondiale che condusse alla necessità di riadattamento delle vecchie navi da carico della flotta olandese ormai da smaltire poiché inutilizzate.

Vivere in una di queste case galleggianti è simbolo di una vita alla moda, elegante e raffinata. Esiste anche un museo delle case galleggianti, l’Houseboatmuseum, che ovviamente si trova proprio all’interno di un battello, al 296 Prinsengracht.

Spesso viene fatta questa distinzione fra tipi di woonboten: alcune sono progettate con il solo scopo di abitazione, altre erano vecchie navi da carico trasformate successivamente in case e le ultime hanno ancora lo scafo originale ma la loro struttura è stata modificata su misura.

Vivere 365 giorni l’anno in una di queste case, rispetto alla terraferma è leggermente diverso anche per le piccole cose.

Per esempio trovare il contatore dell’acqua diventa una vera e propria impresa. Inizialmente pensavamo fosse in una specie di casetta delle lettere fuori dalla casa, sul marciapiede. Ma il nostro vicino di casa ci ha spiegato che lì si trovano solo gas e luce, mentre il contatore dell’acqua è in una sorta di tombino sempre sul marciapiede ma che se non viene tenuto pulito da sporcizia e erbacce, in inverno diventa impossibile da pulire e dunque aprire.