Politica | 07.02.2017

Più protezione sull’esportazione d’armi Swiss made

Esportazione d'armi: un tema caldo discusso da un gruppo ticinese alla Sessione dei Giovani 2016, si è concluso che: «serve l'istituzione di una Commissione indipendente»
Più protezione per l’export di materiale bellico.
Bild: Timothy Takemoto (Flickr)

In Svizzera vigono le regole più ferree al mondo in materia di esportazioni. Nel 2015 sono stati esportati beni per ben 203 miliardi di franchi, di questi, 447 milioni provengono dall’export di materiale bellico. Un commercio che rappresenta solo lo 0,1% del PIL svizzero ma che ha permesso di classicare il Paese, secondo le statistiche dell’International Peace Research Institute di Stoccolma (SIPRI), all’undicesimo posto tra i maggiori esportatori d’armi del 2015 e al secondo nel 2014.

Sebbene i principali beneficiari siano Germania, India e Indonesia – Paesi apparentemente (!) non in guerra – tra la lista degli importatori c’é anche chi è ufficialmente schierato in un conflitto armato o chi è stato denunciato per la violazione dei diritti umani. «Diritti questi, per i quali la Svizzera si professa da sempre un faro e una locomotiva», come ricorda un ragazzo che ha preso parola alla discussione nel Plenum.

Neutrale, dal latino ne uter, nessuno dei due. Quest’altro principio, datato 1516, è emerso all’interno della discussione e ha lasciato nei ragazzi il sospetto di una certa incoerenza ogni qualvolta viene dato il nullaosta per l’esportazione di un prodotto che, per definizione, ha il compito di uccidere il nemico.

È la Segreteria di Stato dell’Economia (SECO) a ricevere in primis le domande d’esportazione d’armi, le quali vanno verificate secondo i quattro criteri sanciti dall’Art. 5 paragrafo 2 dell’ordinanza sul materiale bellico (OMB). I primi due criteri dichiarano che l’autorizzazione non può essere rilasciata se il Paese destinatario è implicato in un conflitto armato interno o internazionale e se lo stesso viola in modo grave e sistematico i diritti dell’uomo. In casi delicati la SECO delega la decisione al Consiglio federale. Un esempio è il caso dell’Arabia Saudita, implicata tuttora nel conflitto yemenita e accusata da Amnesty International di violare i diritti dell’uomo. Il 20 aprile 2016 in un comunicato stampa si legge che è stata negata la vendita di «materiale a rischio» (come le granate a mano) e autorizzata l’esportazione di materiale bellico per la difesa antiaerea con relative munizioni, «ovvero materiale che non lascia presupporre un eventuale impiego nel conflitto». Valore complessivo: 106 milioni di franchi.

La funzionaria della SECO Patricia Reggianini, invitata a discutere con i ragazzi, ha motivato la decisione dicendo che «se il conflitto non avviene sul suolo saudita non si sta violando nessun principio» ammettendo però che «questa è una libera interpretazione dei codici».

L’impressione scaturita all’interno del gruppo di lavoro è che la Svizzera sta trascurando alcuni dei suoi valori, facendo dell’industria di materiale bellico un casus belli, con l’ausilio di una legge troppo interpretabile.

Ecco perché si è chiesta l’istituzione di una Commissione indipendente gestita da esperti apolitici, ad esempio membri di ONG, e una nuova stesura dei quattro criteri già esistenti.

La proposta è stata accettata a larga maggioranza al Plenum e la deputazione di giovani ticinesi afferma così: «l’impressione che ci sia effettivamente un problema riguardante l’esportazione di armi è diffusa tra le nuove generazioni». Parole con le quali il gruppo si rivolge in una lettera aperta ai colleghi senior della deputazione ticinese alle camere federali chiedendo ufficialmente di prendere posizione rispetto alla nuova proposta. Restiamo in attesa.